17 marzo 2006
Le tre settimane
del Partito
democratico
Difficile dire quanti voti abbia spostato la disfida tv di martedì sera.
Di certo ha spostato a nostro favore il clima
generale di opinione e ha rafforzato Romano Prodi nel più classico
dei modi: la consacrazione della sua leadership sul campo.
Ora si
tratta di investirla al meglio, questa leadership rafforzata. Il
Prodiombrello, unico denominatore comune della coalizione, non basta
più.
Prodi è il leader in quanto è riconosciuto da tutti, ma anche in
quanto guida la componente fondamentale della coalizione. Oggi l’Ulivo
alla camera e le due liste Ds e Margherita al senato. Domani il Partito
democratico.
Partito democratico: tra un mese potrebbe essere in
cima alla nostra agenda politica, ma oggi viene
raramente invocato.
Il più delle volte aleggia sussurrato dietro le
quinte. Non mancano giustificazioni serie a tanta prudenza.
L’obiettivo di
impedire altri cinque anni di governo Berlusconi è infatti talmente
essenziale che viene la tentazione di mettere da parte qualsiasi altra
cosa. Primum vincere, poi verrà la filosofia sul Partito
democratico.
Capisco, ma non sono d’accordo.
L’indicazione di quel
traguardo è infatti l’unica forza magnetica capace di trasformare anche in
tre settimane il rapporto tra Ds e Margherita da una convivenza tra
separati in casa alla prima stagione di una vera unione. Le scelte del
dopo elezioni saranno inevitabilmente influenzate dal tipo di rapporti che
si stanno creando oggi, nel corso della campagna elettorale.
Il rapporto
tra Ds e Margherita non è tutto, ma è molto, moltissimo.
Non si arriva da
nessuna parte, infatti, fiaccando i partiti, scommettendo sul panorama del
secolo scorso, attraversato da Mani pulite, Patto Segni, partito dei
sindaci ecc. Quel panorama, pure ricco di molte novità positive, è
svanito. Non serve cavalcare l’ultima risacca della grande spinta
antipartitica degli anni Novanta nei confronti di partiti che andrebbero
se mai difesi. Difesi dal berlusconismo, e da se stessi.
Le
disponibilità volontarie, che non sono meno estese di dieci anni fa come
si è visto nella domenica delle primarie, vanno messe in rete con
i partiti aiutando la politica a essere più territoriale, più sociale, più
attenta ai valori. L’indicazione di un traguardo ambizioso come il Partito
democratico può esaltare queste disponibilità volontarie, spingendole
nella prima fila di un possibile itinerario costituente.
La credibilità di
questo traguardo dipende innanzi tutto dall’impegno comune di Ds e
Margherita. La scintilla positiva nel rapporto tra i due partiti può
scoccare sul profilo della nostra proposta. Facile, in fondo, sui
temi dell’economia, della politica estera, delle istituzioni: temi sui
quali le differenze che ci sono non sono tra Ds e Margherita ma
attraversano entrambi.
Più difficile, e forse decisiva, la ricerca di
un profilo comune sui diritti della persona e sulla laicità dello stato.
Qui, le prossime settimane diranno se i Ds sapranno
resistere all’attrazione fatale di un laicismo che può mettere in crisi un
decennio di convergenza ulivista tra laici e cattolici. Mentre da
parte sua la Margherita dovrà confermare il proprio carattere laico e
pluralista. Ma in fondo la scommessa più ardua è ancora
un’altra: accettare di mettersi in discussione e di navigare in mare
aperto. Il Partito democratico non è una nuova tappa nella
evoluzione della storia di questo o quel partito, non appartiene a questa
o quella famiglia del Novecento, non ammette dominanze di questa o quella
struttura organizzativa, non aderisce ad alcuna Internazionale esistente.
Proprio per la sua novità è una delle poche speranze serie del
nostro disastrato sistema politico. In una campagna elettorale giustamente
diffidente verso i sogni ma troppo avara di speranze, la politica di
centrosinistra non deve rinunciare all’unica speranza che la
riguarda.
Provati
dalle trattative sulle liste imposte da questa pessima nuova legge elettorale,
Ds e Dl marciano ancora su strade parallele in troppe parti d’Italia. L’impegno
diretto ed esplicito di Prodi aiuta il risultato della lista dell’Ulivo, che
sarà decisivo per la stabilità del suo governo, e può gettare le basi del
Partito democratico. Dopo la prova del fuoco tv, questo impegno può essere
ancora più forte. In fondo, tre milioni di partecipanti alle primarie, cinque
mesi fa, chiedevano proprio questo.
di PAOLO GENTILONI