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11 novembre 2006

Al dibattito anche Fioroni, Gentiloni e Bordon: nessuna
esitazione, una federazione non basta. Il saluto di Franco
Marini: «La cultura dei cattolici democratici sarà protagonista».

«Il Pd parlerà a chi
non ci ha mai votato»

MARGHERITA
Rutelli agli amministratori della Margherita del Lazio: «Non si va nel Pse»
«Un Partito democratico vero, che dia a molti elettori moderati, che non hanno mai votato centrosinistra, quella forza che aiuti a imprimere una svolta al nostro paese». Francesco Rutelli si sente a casa tra gli amministratori della Margherita del Lazio, riuniti in conclave a Frascati in una due giorni che ha visto sfilare anche diversi ministri e il presidente del senato Marini. Per il vicepremier, la nuova forza politica dovrà proseguire il compito intrapreso dalla Margherita, riuscendo a coniugare il radicamento politico e culturale preesistente con una nuova presenza tra le forze sociali, il mondo produttivo e del volontariato. L’obiettivo è “sfondare” all’interno della coalizione opposta, come già si è cercato di fare con la Finanziaria.
La difesa, non d’ufficio ma sentita, della manovra per il 2007 è toccata al ministro Fioroni che, insieme a Gentiloni e Bordon, ha fatto «da aperitivo » (l’espressione è del ministro delle comunicazioni), in attesa dell’arrivo del presidente del partito. «Abbiamo ridotto la pressione fiscale all’ottanta per cento delle famiglie – ha illustrato il ministro dell’istruzione –, abbiamo avuto l’idea che in un paese normale bisogna rispettare la legge e pagare le tasse. Io apprezzo anche Montezemolo, ma non può protestare quando avevamo quattro lire e quelle sono state destinate al taglio del costo del lavoro». Ma Fioroni va al di là: «Dobbiamo lavorare perché si arricchisca non solo il portafoglio, ma anche il cuore, dare speranza e valori soprattutto ai giovani».
Gentiloni, da parte sua, va più sul pratico.
Elenca i problemi che il Pd deve risolvere: «Superare la debolezza politica della coalizione e dare una chiave di lettura del paese diversa da quella di un quadro di Pellizza da Volpedo», riferendosi al manifesto del Prc che inneggiava alle lacrime dei ricchi. «E una federazione non basta », ma non si nasconde neppure le difficoltà, dalle rendite di posizione dei quadri dirigenti, all’affermazione delle identità attuali, all’apertura alle nuove forze. Perché, ha spiegato Willer Bordon, «o l’operazione ha un respiro ampio, o rischia di rappresentare l’ennesima disillusione per un paese che chiede un’innovazione della politica ».
E da quando c’è il centrosinistra al governo, qualche novità c’è stata. Non solo con le liberalizzazioni e con la Finanziaria, ma anche e soprattutto in politica estera: «Prodi, D’Alema, Parisi, la futura classe dirigente del Pd – chiosa Rutelli – ha offerto un contributo risolutivo in chiave internazionale, per quanto riguarda le strategie in Iraq e in Medio Oriente».
Certo, quando sente parlare di Pd la platea non sempre appare entusiasta. D’altra parte nella mattinata il presidente del senato aveva avvertito che il processo era «difficile, contraddittorio, pieno di difficoltà», ma non per questo necessario.
E se il timore è di non riuscire a esprimere in maniera adeguata la propria cultura di origine, Marini tranquillizza: «Chi potrebbe pensare la cultura cattolico democratica non possa essere presente nel Pd?».
Anche Rutelli ha sottolineato che la Margherita deve arrivare nel nuovo partito unita, «garantendo tutte le componenti». Il Pd sarà «pluralistico, di centrosinistra e non di sinistra e –scandisce il vicepremier – non entrerà mai nel Pse, perché il mondo è oltre. In tutta Europa non esistono maggioranze di sinistra, anche Zapatero per governare ha bisogno del partito basco che è con noi nel gruppo europeo dei democratici».
E allora sì, così anche la base della Margherita è convinta che questo Pd si può fare davvero.


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