9 gennaio 2009
«La paranoia
non serve la causa
di Israele»
Intervista al sociologo americano Todd Gitlin
«Un atteggiamento paranoico, della serie “il mondo è contro di noi”. Che
non fa bene alla loro causa». È duro il commento di Todd Gitlin, sociologo e
professore di giornalismo alla Columbia University di New York, sul tentativo di
Israele di tenere lontani i giornalisti da Gaza e di assicurarsi il controllo
totale delle informazioni sul conflitto.
«Gli israeliani pensano – dice Gitlin a Europa – che i reporter
stranieri siano completamente malleabili alle manipolazioni di Hamas
o Hezbollah e che possano essere trasformati, al di là delle loro
intenzioni, in propagandisti.
Ritengono i palestinesi abilissimi a
imbastire una sceneggiatura poi trasmessa e amplificata dai media. Hanno
un’opinione molto alta del genio propagandistico di Hamas e molto
bassa del giornalismo indipendente. Ma questo atteggiamento è
controproducente. C’era stato tempo fa un lungo dibattito in Israele su
come avessero gestito male la storia della battaglia di Jenin qualche anno
fa (gli israeliani negarono un massacro di civili nel campo profughi
della città ma non vi fu mai certezza sul numero di morti perché la Croce
Rossa, l’Onu e altre organizzazioni umanitarie non ottennero il
permesso di entrare, ndr). E di lì parevano aver imparato la necessità di
essere più aperti, ma ora stanno facendo di nuovo la stessa cosa. E la
rigidità che mostrano non serve alla loro causa.
Anche perché le
immagini delle vittime civili arrivano comunque e, soprattutto dopo
che l’esercito ha colpito la scuola delle Nazioni Unite, l’opinione
pubblica occidentale, inizialmente schierata con Israele, sembra
cominciare a nutrire qualche dubbio.
Gli israeliani hanno
detto che Hamas sparava da quella scuola e usava chi vi si era
rifugiato come scudo umano, ma se così fosse, devono esserci delle prove.
E se le hanno vuol dire che possono mostrarle ai giornalisti, e questo
li metterebbe in una posizione molto più forte.
E così ovvio. Il punto è
che mi pare si stia rafforzando in Israele una paranoia del tipo “il mondo
è contro di noi”. E così si pensa che diventando più aggressivi si sia più
protetti, e invece si finisce solo per essere più esposti. Per esempio,
l’articolo pubblicato due giorni fa dal New York Times sulla stretta
sull’informazione esprimeva un punto di vista molto forte. Credo sia un
segnale molto chiaro che il quotidiano, che non è certo un nemico di Israele,
è irritato per queste politiche sull’informazione. È qualcosa cui il
governo israeliano dovrebbe porre attenzione.
L’opinione pubblica
statunitense come sta reagendo all’ultima puntata del conflitto
israelo-palestinese?
Sinora ho visto solo un sondaggio,
che però risale alla settimana scorsa e quindi a prima dell’avvio
dell’offensiva di terra. I democratici sono spaccati a metà tra chi sostiene
l’azione di Israele e chi no mentre i repubblicani sono con Gerusalemme
senza se e senza ma. Ma io credo che più immagini crude appariranno più il
sostegno al conflitto si affievolirà. E poi molto dipenderà dalla posizione
che assumerà Obama.
La politica estera è un terreno su su cui l’opinione
pubblica può essere molto facilmente influenzata da quello che il presidente
fa e dice. E Obama sembra pronto ad assumere un atteggiamento diverso da
Bush e dal suo appoggio incondizionato a Israele. Molti giornalisti per
esempio, hanno notato che l’unica cosa che il presidente eletto ha menzionato
di Gaza sono state le vittime civili. È già un segnale.
Ma molti
analisti arabi hanno lamentato l’iniziale silenzio di Obama e forse si
sarebbero aspettati di più.
Obama ha la percezione realistica di
quello che può e non può fare e aveva senso per lui essere reticente
quanto lo ha avuto il fatto di parlare dopo il bombardamento della scuola.
Francamente quello che questo paese deve affrontare è impressionante e io
ho trovato piuttosto significativo, visto quanto sarà difficile
mettere insieme una maggioranza al Congresso per far passare le misure
d’emergenza contro la crisi, che Obama abbia seppure brevemente commentato
su quello che sta accadendo in Medio Oriente. Sono sicuro che, se
dipendesse solo da lui, preferirebbe che il conflitto israelo-palestinese
non fosse la sua priorità, ma a questo punto non ha scelta. Non solo:
le aspettative su di lui sono altissime perché diventa sempre più evidente
che solo un intervento americano o americano ed europea può portare a un
qualsiasi risultato in questo momento.
Non sarei sorpreso se Hillary
Clinton partisse per il Medio Oriente il giorno dopo essersi insediata al
dipartimento di stato.
Qui in Europa si è riaperto il dibattito
sulla guerra giusta e sulla proporzionalità della risposta
israeliana...
Io credo che naturalmente non vi sia nessun computo
aritmetico che consenta a qualcuno di dire esattamente che cosa è
proporzionale e cosa non lo è. E sono convinto che Israele non intenda
deliberatamente uccidere i civili. Ciò detto, se vuoi dimostrare che la tua
azione è proporzionale alla minaccia non puoi semplicemente dire che Hamas
si nasconde tra i civili: non basta, anche se è vero. La domanda è: c’è un
obiettivo militare a cui corrispondono questi attacchi, che ha lo stesso peso
delle vittime civili? E qual è? Ho letto gli interventi di un paio di
commentatori qui negli Stati Uniti, generalmente molto
filoisraeliani, che sostengono di non riuscire a vedere quale tipo di
risultato possa arrivare da un’azione di questo genere.
Si occupano i
siti da cui si lanciano i missili, si ferma il fuoco dei missili, e poi?
In altre parole, la questione della proporzionalità dovrebbe riguardare
non solo il problema di cosa è necessario per mettere fuori gioco
Hamas nel breve termine, ma se la tattica scelta ha la possibilità di
raggiungere un serio obiettivo militare. Io, e molti come me,
quest’obiettivo non riesco a vederlo. Solo due giorni fa, per dire, Hamas
è riuscita a lanciare un razzo più vicino a Tel Aviv di quanti non ne abbia
lanciati finora. È ovvio che Israele abbia diritto di rispondere ai
continui attacchi, ma non è detto che sia questo il modo giusto di farlo. Non
mi pare che il governo e i vertici militari stiano ragionando con
sufficiente freddezza. Io vedo la spiegazione politica di questa offensiva –
le dinamiche interne in vista delle elezioni e il vuoto di potere lasciato
dal periodo di transizione tra un’amministrazione e l’altra negli Stati
Uniti – ma mi sfugge ancora la spiegazione militare.